CAPITOLO 6: Il Bianco di Mykonos e la Danza del Meltemi
La Grecia, per me, era solo un nome sussurrato tra le pagine ingiallite dei libri di scuola. Fino a quando l’Achille Lauro non decise di gettare l’ancora nella baia di Mykonos. Non ero preparato a tale splendore: l’impatto fu un’esplosione di luce pura, un bacio luminoso che mi ferì gli occhi e mi rapì l’anima.
Tra cielo, vento e l’incanto di una luce dorata
Il rito dell’acrobata tra il cielo e il mare
Scendere la scaletta della nave non era solo un dovere, era un rito di iniziazione. Sotto di noi, le lance di salvataggio ballavano una danza selvaggia, spinte dal Meltemi, il vento che soffia incessante, quasi volesse reclamare il possesso dell’isola. Il moto ondoso era un battito cardiaco impazzito. Saltare dalla fiancata della nave alla lancia, con la mia inseparabile borsa Canon a tracolla, richiedeva la grazia di un acrobata e il sangue freddo di un soldato.

In quei momenti di vertigine, il mare sembrava volerci risucchiare. La nausea tentava di incrinare la mia concentrazione, ma i colleghi, veterani di mille mari, mi svelarono il segreto: la dieta della sopravvivenza. Pane biscottato, cracker, cibi secchi per zittire lo stomaco e mantenere ferma la mano. Perché, anche se tutto oscillava, il mio sguardo doveva restare immobile, pronto a cogliere la bellezza.
Nel labirinto del desiderio bianco
Una volta sbarcato, Mykonos mi avvolse. Era un labirinto di viuzze strette dove le case, candide come pelle appena velata, sembravano dipinte di calce fresca, un bianco che accendeva il blu elettrico del mare. Camminare tra quei vicoli era un’esperienza sensoriale: il profumo di calce, il riverbero del sole, il contrasto tra l’azzurro del cielo e il bianco accecante delle mura. Cercavo quella luce del tramonto, un oro colato che accarezzava i profili dell’isola, rendendo ogni scatto un inno alla bellezza.
Il sapore della soddisfazione
Quando l’ultimo gruppo di turisti fu immortalato, il tempo si fermò. Ci sedemmo in un piccolo locale, sotto l’ombra protettiva dei mulini antichi, le cui vele stridevano dolcemente contro il vento. L’odore del pesce alla griglia si mescolava al sale marino, una fragranza che sapeva di libertà.

In quella cornice, con i piedi quasi sfiorati dall’acqua e la consapevolezza di aver custodito nei rullini l’essenza di quella giornata, ci sentivamo padroni di un mondo sconfinato. Eravamo stanchi, provati dal vento e dal mare, ma davanti a quel pesce appena scottato e alla vista della nostra nave che brillava in rada come un gioiello, ogni fatica diventava un piacere sottile. La Grecia non era solo un set fotografico; era il luogo dove la bellezza diventava così carnale, così intensa, da farmi dimenticare persino la sabbia ancora intrappolata nelle mie scarpe, ricordo lontano del fuoco d’Egitto.


