Skip to main content

Cicatrici sul Soffitto: La mia vita a bordo dell’Achille Lauro

L’incontro con il Comandante Gerardo De Rosa.

L’Achille Lauro non era una nave come le altre. Portava addosso un’aura di leggenda, ma anche un’ombra scura che non potevi ignorare. Solo due anni prima, nell’ottobre dell’85, era stata teatro di un sequestro terroristico che aveva tenuto il mondo col fiato sospeso. Di quello che era accaduto si parlava spesso tra noi; non era un tabù, ma una memoria viva, anche perché il timone era ancora nelle mani di chi quella crisi l’aveva gestita in prima persona: il Comandante Gerardo De Rosa.

fotografo-motonave-achille-lauro-alfonso-lorenzettoAppena imbarcato, le regole di bordo imposero un passaggio obbligatorio: il colloquio con lui. Salii fino al ponte comando, lontano dal rumore dei motori e dal brusio della hall. Quando entrai nel suo ufficio, rimasi letteralmente meravigliato dalla bellezza di quell’ambiente austero ed elegante, sospeso tra cielo e mare. De Rosa mi accolse con un’affabilità inaspettata. Mi chiese da dove venissi e mi diede suggerimenti preziosi sul comportamento da tenere a bordo, soprattutto non importunare i turisti. Poi effettivamente quello che mi compresi io tra fu: Non fare troppo il “farfallone” con le giovani turiste”. Del resto avevo 23 anni e quell’età per me le ragazze erano come tanti giovani uno degli stimoli maggiori della propria esistenza.

la motonave achille lauro

Poi, la domanda che mi fece raddrizzare la schiena: “Hai fatto il militare?”. Quando risposi di essere un Caporale dei Bersaglieri del Battaglione Governolo, il suo sguardo si illuminò. “Bene”, aggiunse, “allora saprai rispettare gli ordini e saprai anche come impartirne ai tuoi colleghi”.

Forte di quell’investitura, presi possesso del mio rifugio. La cabina assegnatami era a prua, vicino a quella del Nostromo, con cui condividevo la doccia fuori dalle stanze. Era spaziosa e strategica per non soffrire il mare. Non aveva oblò, ma sulla parete accanto al mio letto a castello qualcuno aveva dipinto una finestra aperta su un cielo azzurro, un prato verde e uccelli in volo. Era il mio pezzo di terraferma nel ventre d’acciaio della nave.

cabina di bordo per lo staff fotografi achille lauro

 

Quella consapevolezza di essere un ragazzo che vive un’esperienza fantastica mi accompagnava anche nei momenti più tesi. Al porto di Haifa, la spensieratezza della vacanza subiva un arresto brusco. Appena sotto la scaletta, le autorità locali installavano un metal detector. Ogni singolo passeggero, ogni membro dell’equipaggio, io stesso con la mia borsa Canon, dovevamo passare attraverso quel filtro di sicurezza. Era un promemoria costante: la nave era un obiettivo sensibile dopo il tragico sequestro del 1985 con l’uccisione a bordo di un passeggero di orgine ebraica. Noi scendevamo per catturare sorrisi, ma intorno a noi c’era c’erano militari in asseto di guerra che cercavano possibili persone sospette.

donne-di-palestina-E poi c’era Gerusalemme. Lasciare la nave per andare nella Città Santa era come entrare in un altro film. Ricordo la bellezza abbacinante della pietra chiara che rifletteva il sole, il caos labirintico dei vicoli lungo la Via Crucis e il profumi delle varie spezie dei negozi. Ma l’immagine che mi restava impressa nel mirino non era solo quella dei luoghi sacri. Ovunque girassi l’obiettivo, trovavo soldati in assetto di guerra. Li vedevi ovunque: ai posti di blocco, agli angoli delle strade, con i fucili mitragliatori a tracolla.

fotografo-di-bordo-al-lavoro-achille-lauro-1987

Da ex Caporale dei Bersaglieri, riconoscevo quella postura, ma vederlo lì mi trasmetteva una tristezza profonda. Era una convivenza forzata tra la sacralità millenaria e la tensione del presente. In quei momenti, la mia macchina fotografica diventava una sorta di scudo. Documentavo la bellezza, ma con la coda dell’occhio non smettevo mai di inquadrare quei mitra neri che brillavano sotto il sole di Israele.

La bellezza del momento unico fu la vista al Santo Sepolcro, un momento catartico, si entrava una per volta al tempo e percepii una strana energia tanto che i brividi mi corsero lungo tutto il corpo sapendo quale importanza spirituale aveva quel luogo.

 

Tornare a bordo la sera era come rientrare in una fortezza protetta. Risalivo la passerella, passavo l’ultimo controllo e mi sentivo di nuovo “a casa”. Ma poi, sedendomi a cena nella sala staff e alzando gli occhi a quel soffitto bucherellato dai fori dei proiettili ancora visibili del sequestri di due anni prima, capivo che la storia non era passata: eravamo noi che ci camminavamo dentro. Ritrovare quel prato verde dipinto sopra il mio letto era l’unico modo per chiudere gli occhi e ricaricarmi, pronto a correre di nuovo, il mattino dopo, a cento all’ora.

 

Ti è piaciuto? leggi anche il Capitolo 2_

oppure il Capitolo 1

 

 

Alfonso Lorenzetto

Author Alfonso Lorenzetto

More posts by Alfonso Lorenzetto

Leave a Reply

Chiama per info